La prima cosa che nota è una cosa piccola, quasi ridicola: il telecomando del condizionatore appoggiato in verticale contro il muro, sul comodino. Lei è sicura di averlo lasciato piatto, vicino agli occhiali. Non c’è vento, non ci sono gatti, nulla che lo possa aver spostato così, in equilibrio.
Dice che quella è stata la sera in cui ha deciso di registrare
Abita da sola, in un bilocale qualunque: parquet chiaro, una libreria troppo piena, una porta della camera che ha sempre tenuto aperta “per sentire i rumori di casa”. Da qualche settimana, però, quei rumori le sembrano troppo regolari: un singolo colpo secco dal corridoio, sempre quando sta per addormentarsi. Mai due, mai tre. Uno.
Così appoggia il telefono sul comodino, schiaccia “registra” e lo lascia lì tutta la notte. Non succede niente di strano, nessun oggetto che cade, nessuna luce che si accende da sola. Solo quel colpo, lontano, e poi silenzio.
Il mattino dopo riascolta l’audio mentre beve il caffè. Rumore di lenzuola, il suo respiro, il colpo nel corridoio. Sta quasi per cancellare tutto, quando sente un sussurro chiaro, subito dopo il colpo: una voce bassa che sembra dire il suo nome e poi una frase spezzata, come se qualcuno fosse troppo vicino al microfono.
Riascolta più volte. Prova con le cuffie, senza cuffie, sul PC. Ogni volta quella voce è lì, leggermente coperta da un fruscio elettrico. Nessun vicino parla così piano, nessuno entra in casa: la porta blindata è chiusa, le finestre serrate.
Skeptici direbbero che potrebbe essere:
- un’interferenza radio
- un frammento di voce dal televisore di un vicino
- una pareidolia acustica: il cervello che “vede” parole nel rumore
- un difetto dell’app di registrazione
Tutto plausibile, se non fosse per un dettaglio: la voce pronuncia il suo soprannome, quello che usa solo la madre, e che non compare in rubrica, nei social, da nessuna parte nel telefono.
Da quella notte chiude sempre la porta della camera. Non per proteggersi da qualcosa “fuori”, ma per tenere fuori il corridoio, quella striscia di buio dove, dice, il telecomando ogni tanto ricompare in piedi, perfettamente appoggiato al muro, come se qualcuno l’avesse messo lì per farsi notare.




