Il caso zanfretta: il metronotte rapito dagli alieni a genova

Alle 3:15 del mattino il parabrezza della sua Fiat 127 era già coperto di condensa. Zanfretta teneva il finestrino leggermente abbassato, non per l’aria, ma per sentire meglio i rumori delle villette vuote sulle alture di Genova. Era un turno come tanti, finché la radio della pattuglia sibilò con un fruscio metallico e poi tacque di colpo.

Si fermò davanti a una casa che conosceva bene: cancello chiuso, giardino buio. Eppure, dietro le persiane, si vedeva una luce verde pulsante, come se qualcuno stesse proiettando un film sul soffitto. La centrale, intanto, non rispondeva più. Solo un ronzio basso, quasi da televisore antico, riempiva l’auto.

La chiamata interrotta e quei passi nel buio

Zanfretta scese, controllò l’arma, fece due passi nel vialetto. Disse alla radio: «Controllo di routine, rientro tra cinque minuti». La frase si spezzò a metà, coperta da un crack elettrico. In centrale, dicono, rimasero registrati solo due secondi di silenzio pieno, come se qualcuno avesse tagliato il suono con un coltello.

Nel verbale si parla di impronte sul terreno bagnato, più grandi di quelle umane, come se qualcuno con scarponi enormi fosse passato prima di lui. Gli scettici parlano di suggestione, panico notturno, gioco di luci: fari di un’auto, magari, riflessi sui vetri. Sarebbe plausibile, se non fosse per un dettaglio: sul cofano della 127, il giorno dopo, i colleghi trovarono quattro impronte simmetriche, come di mani, ma disposte al contrario, con le dita rivolte verso il parabrezza.

Secondo le ricostruzioni, il metronotte sarebbe stato visto poco dopo, confuso, con addosso ancora la divisa ma la camicia infilata al contrario, bottoni saltati, come se qualcuno gliel’avesse rimessa in fretta senza capire come funziona un colletto.

Le ore mancanti e l’oggetto lasciato sul sedile

La parte che rende il caso difficile da archiviare sono le due ore di vuoto. Tra la chiamata interrotta e il ritrovamento di Zanfretta a chilometri di distanza, nessuno sa con certezza dove sia stato.

Nel fascicolo ricorrono sempre gli stessi elementi:

  • Blackout radio in una zona ristretta, mai spiegato del tutto
  • Testimoni che giurano di aver visto una luce “a cono” scendere dietro le case
  • Stato di shock del metronotte, con amnesia parziale e tachicardia
  • Un oggetto metallico non identificato, trovato sul sedile, poi misteriosamente scomparso dall’archivio

Gli scettici parlano ancora oggi di crisi nervosa, di abduction “costruita” a posteriori, di memoria contaminata dai media. Eppure, chi ha visto i primi verbali giura che Zanfretta ripeteva sempre la stessa cosa, quasi infastidito: «Continuavano a toccarmi gli stivali, come se non li avessero mai visti».

La memoria-ancora del caso resta quella: un metronotte stanco, un vialetto umido, la luce verde dietro le persiane, e quelle mani rovesciate sul cofano, rivolte verso il punto esatto dove lui era seduto pochi minuti prima.

Se passi di lì di notte, dicono in zona, in certi angoli del muro il segno della condensa sembra ancora disegnare quattro impronte all’insù. Non è una prova. È solo il tipo di dettaglio che, una volta visto, non smetti più di cercare.

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