IL MISTERO DEL PASSO DJATLOV

La spedizione

 

Verso la fine di gennaio un gruppo di dieci giovani ed esperti sciatori decide di sobbarcarsi uno scomodo e lungo viaggio prima in treno poi in camion per recarsi fin a Vizhainella provincia settentrionale di Sverdlovsk, nel cuore degli Urali, per cimentarsi nella salita del monte Otorten.

Il gruppo era composto dal capospedizione Igor Alekseevič Djatlov; dal maestro di sci Aleksandr Aleksandrovič Zolotarëvdai tre ingegneri Rustem Vladimirovič SlobodinJurij Alekseevič KrivoniščenkoNikolaj Vasil’evič ThibeauxBrignolles; dai cinque studenti Jurij Nikolaevič DorošenkoZinaida Alekseevna KolmogorovaLjudmila Aleksandrovna DubininaAleksandr Sergeevič KolevatovJurij Efimovič JudinTra questi solo Judin si salverà, il ragazzo infatti non parteciperà all’escursione a causa di una malattia improvvisa.

Il gruppo dei 9 iniziò l’avvicinamento alla montagna il 27 gennaio e per cinque giorni si mosse tra foreste, laghi ghiacciati e paesaggi invernali da mozzare il fiato. Questo fino al primo febbraio quando iniziarono a salire verso il Passo Dyatlov. In quella sera i ragazzi si sarebbero dovuti accampare alle pendici meridionali della montagna, ma una tempesta li spinse alla fine a posizionare il campo verso Ovest ai piedi del monte Cholatčachl, che tradotto significa “Montagna della morte”. Per ragioni che non sono del tutto chiare i giovani scelsero di installare le tende sopra un pendio ghiacciato e non nel bosco, che distava poche centinaia di metri, dove certamente avrebbero trovato un maggior riparo dalle intemperie.

Posizionato il campo intorno alle 17.00 i nove, tra una battuta goliardica un video scanzonato e una foto ricordo, si sono ristorati e hanno preparato i giacigli per la notte. Quel che ancora non sapevano è che quella sarebbe stata una notte d’inferno, da cui nessuno avrebbe più fatto ritorno.

 

I fatti verificati

Prima di partire il capo spedizione, Igor Alekseevič Djatlov, lasciò detto ai familiari che li avrebbe contattati con un telegramma per avvisarli del loro rientro nei giorni tra il 10 e il 14 febbraio. Questo messaggio non arrivò mai ai parenti dei nove che così decisero di avvisare le autorità della scomparsa dei giovani.

Il 20 febbraio una numerosa squadra composta da polizia, esercito, studenti e insegnati del Politecnico si mosse verso gli Urali con la speranza di poter trovare in vita almeno qualcuno degli escursionisti. L’impegno profuso nelle ricerche fu imponente e massiccio, con anche l’intervento di elicotteri ed aerei oltre alle squadre di terra, ma le prime tracce del gruppo furono rinvenute solo il 26 febbraio: una tenda lacera, divelta e vuota.

 

Nessuno dei nove si trovava nella tenda ma, dall’accampamento numerose impronte si muovevano verso il vicino bosco. Proseguivano per circa 500 metri sotto a un grande albero di cedro dove i soccorritori trovarono le tracce di un fuoco e i corpi di Jurij Nikolaevič Dorošenko e Jurij Alekseevič Krivoniščenko. I due, morti probabilmente per ipotermia, indossavano solamente la biancheria intima. Altri tre ragazzi (Igor Alekseevič Djatlov, Zinaida Alekseevna Kolmogorova, Rustem Vladimirovič Slobodin) furono ritrovati poco dopo nello spazio compreso tra l’albero e il campo base. Degli altri quattro ragazzi non c’era invece alcuna traccia.

I corpi di Nikolaj Vasil’evič Thibeaux-Brignolles, Aleksandr Aleksandrovič Zolotarëv, Ljudmila Aleksandrovna Dubinina e Aleksandr Sergeevič Kolevatov furono ritrovati solo quattro mesi dopo sotto due metri di neve in un burrone all’interno del bosco. Furono trovati a circa 500 metri dai primi due corpi.

 

Questi ultimi quattro ritrovamenti, a differenza dei primi in cui era quasi certa la morte per ipotermia nonostante Slobodin avesse una leggera frattura cranica, mostravano gravi lesioni interne con costole spezzate, gravi fratture craniche e, addirittura, Vasil’evič fu trovata senza lingua con una parte di mascella ed entrambi gli occhi mancanti. Cosa particolarmente surreale: nessuno dei tre cadaveri presentava escoriazioni esterne. Per gli investigatori i giovani mostravano sui corpi i segni di una forza paragonabile a quella di un violento incidente stradale, ma non c’erano le caratteristiche di un urto.

“Era come se la forza fosse stata appoggiata”. Inoltre tutti gli indumenti recuperati presentavano un livello elevatissimo di radioattività e, oltre ai corpi, furono rinvenuti dei frammenti metallici la cui natura non è mai stata ben chiaramente identificata. Anni dopo, un’altra spedizione che si trovava in zona, raccontò di aver visto nel cielo delle sfere arancioni uguali a quelle che molti abitanti di Ivdel avvistarono poi per mesi e mesi sopra il cielo della cittadina. Le autorità governative identificarono poi queste come missili R-7.

 

Ciò che di questa storia impressiona e la totale assenza di dettagli in grado di spiegare le motivazioni di quanto accaduto. Inoltre, informazione ancora mancante e ancora più impressionante, le tende dei ragazzi sono state lacerate dall’interno.

Secondo gli investigatori in quella notte del 2 febbraio 1959 accadde un primo evento, potenzialmente mortale, che spinse i giovani a lasciare le tende in fretta e furia senza badare ad equipaggiamento e vestiario. Dopo essere scappati si ripararono sotto il grande cedro e qui, Doroshenko e Krivonischenko, provarono ad arrampicarsi sull’albero forse per poter osservare oltre la bufera in corso. Nella salita, il freddo preso, porto loro a una grave ipotermia. Morti, i compagni ancora in vita, avrebbero spogliato i cadaveri per cercare di coprirsi maggiormente.

Questa la probabile ricostruzione dei fatti, le cause rimangono però del tutto ignote. Alcuni anni dopo l’accaduto le autorità si limitarono a chiudere l’inchiesta indicando come causa della morte “una forza misteriosa e sconosciuta”. Oltre a questo, per ragioni che non sono mai state rese pubbliche, l’area è stata interdetta al pubblico per i tre anni successivi.

 

 

Le ipotesi

 

Attorno a questa vicenda aleggiano molte ipotesi tra cui un attacco da parte dei Mansi, abitanti del posto, che avrebbe spinto i ragazzi a fuggire ma l’assenza di segni di colluttazione e la totale mancanza di impronte sulla neve, oltre a quelle dei ragazzi, la rende poco veritiera. Secondo Judin, unico sopravvissuto della comitiva, i suoi amici sarebbero entrati all’interno di un campo per test militari terrestri.

Secondo molti alpinisti si sarebbe invece trattato di una “paranoia da valanga”: un rombo forte, simile a quello di una valanga, che avrebbe spinto i giovani a uscire dalle tende per trovare riparo tra gli alberi. Fu addirittura ipotizzata una “tempesta perfetta” con tanti micro tornado che avrebbe distrutto il campo base costringendo i giovani a fuggire. La tempesta avrebbe inoltre generato degli infrasuoni inascoltabili per l’orecchio umano, ma che avrebbero mandato in confusione i nove che, già provati dal freddo, dalla tempesta e dalla mancanza di sonno, sarebbero caduti preda della follia.

 

Secondo invece i più fantasiosi, come lo scrittore Anatoly Guschin, il gruppo sarebbe stato vittima della sperimentazione di una segreta arma sovietica mentre, secondo alcuni investigatori, furono colpiti da un attacco alieno giustificando così gli avvistamenti delle sfere arancioni.

A questa tragedia, tutt’oggi inspiegabile, è stato dedicato il film del 2014 “Il passo del diavolo”. 

 

 

 

Annuncio della procura del 11 luglio 2020

 

La morte del “gruppo Djatlov” nell’inverno del 1959 fu causata da una valanga, innescata da un improvviso cambiamento delle condizioni meteorologiche. Lo ha annunciato l’11 luglio 2020 Andrej Kurjakov, vicecapo della direzione della Procura generale del distretto federale degli Urali, al termine di un’inchiesta riaperta il 1º febbraio del 2019.

Dopo la valanga, il gruppo avrebbe deciso di lasciare in tutta fretta la propria tenda. Alla fine, sono morti per congelamento e per delle fratture causate dal peso della neve.

“Dopo aver lasciato la tenda, il gruppo, tutti insieme, senza panico, si è spostato a 50 metri di distanza. Andarono su una cresta di pietra, che fungeva da spezzatrice naturale di valanghe. Hanno fatto tutto bene. Ed ecco la seconda ragione per cui il gruppo è stato, diciamo, condannato a morte, perché non sono mai tornati. Quando si voltarono, non poterono più vedere la tenda”, ha affermato, aggiungendo che quella notte la visibilità notturna era dai 6 ai 16 metri.

 

Fondo del Gruppo in memoria di Dyatlov

 

Kurjakov ha detto che gli escursionisti avevano raggiunto un pino siberiano e avevano acceso un fuoco, che bruciò per circa un’ora e mezzo. Due membri del gruppo morirono lì per congelamento. Il resto decise di dividersi, ha stabilito l’inchiesta. Un gruppo era guidato da Igor Djatlov e l’altro, dall’istruttore Semjon Zolotarev.

“Il gruppo guidato da Djatlov iniziò a gattonare verso la tenda seguendo le proprie tracce. Si sono congelati immediatamente dopo aver lasciato la foresta poiché la temperatura era di 40-45 °C sotto lo zero, e c’era un vento pungente”, ha spiegato.

 

Fondo del Gruppo in memoria di Dyatlov

Durante la conferenza stampa, la Procura generale ha affermato che la pendenza su cui si trovava il gruppo rappresentava un luogo ad alto pericolo di valanghe e ha suggerito che il ministero delle Emergenze e l’amministrazione della regione di Sverdlovsk adottino misure per renderlo sicuro.

 

L’Università Federale degli Urali ha sconsigliato ai turisti di effettuare spedizioni sul Passo Djatlov, un luogo piuttosto gettonato negli ultimi anni.

“Formalmente, questo è tutto. Il caso è chiuso”, ha concluso Kurjakov.

Fonti: montagnatv

russiabeyond

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