Il rumore dei motori copriva quasi tutto, tranne un fruscio secco nelle cuffie, come elettricità sporca. Fu lì che l’ex pilota, in pensione da anni, segnò l’ora sul taccuino: 22:43. Sopra l’Etna, il cielo era teoricamente pulito. Teoricamente.
Il volo era di linea, rotta abituale, nessuna turbolenza. Dal parabrezza, però, qualcosa sporcava il nero perfetto: un corpo luminoso, fermo dove nulla dovrebbe restare fermo, a quella quota e con quel vento. Non lampeggiava come un aereo, non seguiva la logica dei droni che i piloti hanno imparato a riconoscere.
Il comandante chiese conferma al copilota, poi alla torre. «Traffico non identificato in vista?». Silenzio, solo il crepitio della radio. A terra non risultava niente.
Quando il cielo sopra il vulcano smette di essere “normale”
L’oggetto era di un bianco sporco, non il classico punto netto dei satelliti. Sembrava più grande di quanto avrebbe dovuto essere, ma senza contorni chiari, come se l’aria gli tremasse attorno.
Skeptici parlerebbero di:
- Riflessione interna sul vetro del cockpit
- Un drone militare non dichiarato
- Un fenomeno ottico legato ai gas dell’Etna
- Un semplice errore di percezione, complice la stanchezza
Tutto plausibile, se non fosse per un dettaglio: quando il pilota abbassò di pochi gradi il muso per evitare la traiettoria, la macchia luminosa si spostò “in anticipo”, come se avesse previsto la manovra. Non seguì il movimento dell’aereo, lo anticipò di una frazione di secondo.
Nessun allarme strumenti, nessuna anomalia sui radar di bordo. Eppure, nella checklist post-volo, qualcuno trovò una nota a penna che non doveva esserci: “Luce su Etna – non classificabile”. La grafia non era di nessuno dei due in cabina. Il foglio, racconta l’ex pilota, era stato stampato il giorno prima e conservato in cassaforte.
La frase che l’ex pilota non ripete volentieri
Oggi, seduto in un bar vicino a Fiumicino, dice solo che non era un drone. Lo ripete con fastidio, come chi sa che verrà preso in giro ma non riesce a negare ciò che ha visto.
Qualcuno parla di esercitazioni segrete, altri di illusioni prospettiche sopra il vulcano. Lui stesso vorrebbe crederci. Ma quando gli chiedi perché, dopo quell’episodio, ha smesso di volare notturno, non parla di paura.
Dice solo che, da quella sera, ogni volta che guarda una semplice luce in cielo, aspetta di vedere se si muove prima che lui decida dove guardare.



