La teoria della simulazione: viviamo davvero in un videogioco ?

Alle 3:17 del mattino lo schermo del suo portatile si è acceso da solo. Nessuna notifica, nessun cavo collegato, batteria al 2%. Sul display, per meno di un secondo, è comparsa una schermata nera con una scritta bianca in alto: “PAUSE”. Poi il desktop normale, come se nulla fosse.

Non è successo in un laboratorio, ma in un monolocale umido vicino alla stazione di Bologna, con il frigo che faceva un ronzio costante e l’odore di sugo bruciato rimasto da cena. Luca, 28 anni, tecnico informatico, era sveglio da ore a guardare video sulla teoria della simulazione. Aveva appena pensato, quasi ridendo: “Se è un gioco… almeno datemi un segno”.

La schermata è arrivata esattamente sette secondi dopo quel pensiero. Lo ha controllato riguardando la barra del video su YouTube.

Quando la realtà fa “glitch” per un istante

Skeptici parlerebbero di bug del sistema operativo, di pixel difettosi, di autosuggestione dopo troppe ore davanti allo schermo. E in effetti, Luca il giorno dopo ha cercato ogni spiegazione possibile: aggiornamenti automatici, malware, persino interferenze elettriche del vecchio frigorifero.

Quello che non torna è un dettaglio: nella cronologia di sistema non risulta nessun risveglio dallo standby a quell’ora. È come se il portatile, ufficialmente, fosse rimasto spento.

Storie così circolano sempre di più online: numeri che si ripetono ovunque, persone che vedono la stessa sconosciuta in metropolitana in tre città diverse, errori di luce nelle foto che sembrano “tagli” nella scena. La teoria della simulazione, per chi ci crede, non è più filosofia: è il modo più comodo per spiegare questi piccoli cortocircuiti.

C’è chi tiene un quaderno e segna ogni volta che la realtà sembra incepparsi. I casi che inquietano di più sono sempre simili:

  • Oggetti che ricompaiono dove erano stati cercati dieci volte
  • Frasi identiche pronunciate da persone diverse nello stesso giorno
  • Rumori di passi in corridoi vuoti, sempre alla stessa ora
  • Luci che sfarfallano solo quando si pensa a qualcosa di preciso

La spiegazione razionale parla di memoria selettiva, coincidenze, stress, cervello che cerca pattern. Ed è plausibile. Ma quello che rende queste storie difficili da liquidare è il particolare scomodo, quello che non serve a renderle più “belle”: nel caso di Luca, ad esempio, la tazza di caffè vuota appoggiata di traverso sul tappetino del mouse.

Lui è certo di averla lasciata in cucina. Riguardando la registrazione della webcam (sì, la teneva spesso accesa per lavoro) la vede: prima non c’è, poi, tra un frame e l’altro, appare già macchiata sul bordo, come se qualcuno l’avesse posata in fretta.

Se viviamo davvero in un videogioco, forse non lo scopriremo mai. Ma l’idea che qualcuno, da qualche parte, abbia il tasto “PAUSE” è il tipo di pensiero che torna a galla ogni volta che lo schermo del telefono si illumina, da solo, nel buio della camera.

Condividi

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *